LA   FESTA   DEI   MORTI

 

 Racconto di

 

Venerio Cattani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’è ‘l dì di mort, alègher !”, tuonò il Generale Giuseppe Garibaldi, smontando dal suo cavallo di marmo, sul Gianicolo.

Era, ovviamente, il 2 novembre, ma a Roma durava da giorni una bellissima “estate indiana”, rutilante di sole e d’aria tepida.

Era l’alba, e per i viali del Granicolo non c’era ancora nessuno:o meglio, nessun essere vivente.

Il Generale prese a cantare con voce stentorea: “Si scopron le tombe, si levano i morti – i martiri nostri son tutti risorti! La spada nel pugno, gli allori alle chiome...”

Si presentò per primo, il tenente Goffredo Mameli, zoppicando.

Dopo di lui, uno ad uno, si levarono di sotto i cippi e i busti, gli Eroi di Roma, 1848. Il colonnello Nino Bixio fece l’appello: Colonnello Missori!, Giulio Cesare Abba! Jessy White Mario! Ippolito Nievo! Ciceruacchio e figlio! “Eccetera, eccetera.

Si formò una lunga fila, tutto lungo il parapetto del Gianicolo. Bixio ordinò: “Attenti!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Fermo!”, intimò il Generale. “Aspetta un momento”. Si volse e gridò: “Anita!”  “Eccomi!” rispose la ragazza. Bruna, le chiome al vento, bella e scomposta. Era scesa dal cavallo e aveva appena deposto la pistola. “Non mi date mai un momento per pettinarmi, truccarmi un po’. Sempre questa vita da maschiaccio!”

“Ehi, bello!” soggiunse Anita a Giuseppe. “E’ un anno che non ti fai vedere. Io sto sul cavallo ad aspettarti, nelle notti di luna, e tu mai un segno, mai un fischio... E’ così da quando, quella volta, mi piantasti in mezzo alle Valli di Comacchio. Si vede che ti hanno ben consolato quelle vecchiarde all’isola di Caprera...”

“Ma cosa dici “, bofonchiò Giuseppe, mordicchiando il mezzo toscano. “Lo sai bene che ho amato solo te”.  

“Presentat’arm!”, ordinò Nino Bixio. “Onori al Generale e alla sua degna consorte!” Il sergente Schiaffino tirò la cordicella e il cannone del Granicolo sparò. Sotto, a Trastevere, i romani si svegliarono esclamando: “Accidenti, è mezzogiorno!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Riposo!” disse Garibaldi dopo aver risposto al saluto. E cominciò il rituale discorso, che ogni anno teneva agli eroici commilitoni.

“Voltatevi, e guardate Roma. E domandatevi: ne valeva la pena?

Mah, quest’anno 2003 non è poi così male, abbiamo passato di peggio.

Lì sotto a sinistra (e volse il braccio verso il Vaticano) siede tuttora l’ingannatore ed oppressor de’ popoli, il Pontefice romano! Tuttavia, almeno è un polacco, nobile popolo rivoluzionario. E poi come tipo non è male: qualche volta, quando parla di politica, riesce persino a dire la verità. Il guaio è che è vecchio e alandato,

speriamo che duri. Chissà quale negro o indiano o giallo ci daranno la volta prossima, Dio solo lo sa.

E laggiù, all’orizzonte, al Quirinale, dove noi insediammo il Savoia (Hai fatto male a non andarci tu, io te l’avevo detto! Lo interruppe Bixio, sollevando un’onda di: Hai ragione, è vero! a mezza bocca da tutta la compagnia), siede ora un Presidente della Repubblica. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ un banchiere!”, singhiozzò il Generale. “Ma almeno, ha il merito di aver resuscitato il tuo inno, o Goffredo (applausi), che nessuno cantava più, neanche la Nazionale di Calcio. E la sfilata delle Forze Armate il 2 giugno, che era stata messa in disuso dalla sfilata della  Caritas e dal Gay Pride. E ogni anno, viene a farmi visita a Caprera. Perciò, tutto sommato, sette più.    

E a Palazzo Chigi?”, s’interrogò, retoricamente. “L’uomo più ricco d’Italia! Un Cavaliere, Dio mio, del Lavoro! Che ha preferito Porto Rotondo a Caprera, e ha sette ville in Sardegna, dove io avevo una capanna e un sacco di sementi e fagioli!

Ventiquattromila miliardi! Che avremmo fatto noi con ventiquattromila miliardi?”

“Avremmo conquistato il mondo, anzi i due mondi!” intervenne  Ippolito Nievo. “Altro che il Castello di Fratta, altro che la Reggia di Napoli!”

“No”, riprese Giuseppe. “La nostra fortuna era di non avere una lira, neanche la biada per il cavallo. Era questo che ci dava la forza di andare all’assalto, non avevamo niente da perdere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma insomma, il Cavaliere è meno intelligente di Cavour, ma è anche meno carogna. Non lamentiamoci, può capitare di peggio”. 

Di là dal mare, di là dall’Oceano, sull’isola di Manhattan, in quello stesso momento di svolgeva una mesta cerimonia al Ground Zero.

“Dopo due anni “, stava dicendo una bellissima ragazza nera rivolgendosi a un pompiere “siamo ancora invendicati. I nostri ragazzi non hanno ancora trovato né Osama Ben Laden, né il Mullah Omar, né Saddam Hussein. Niente.”

“E questo è nulla”, disse il fantasma di un giovane egiziano, avvicinandosi. “Vedrete la volta prossima che cosa combineremo. 

Quando stavamo avvicinandoci con l’aereo alla Torre, a mille metri, cento, dieci, bam! questo era il mio pensiero: Allah, vengo a raggiungerti, e dietro di me ce ne saranno altri cento, altri mille come me, come noi, pronti a immolarsi per la causa dell’Islam!”

“Maledetti, figli di puttana, pazzi!”, gridò indignato il pompiere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Se c’è una cosa che non sopporto, non è aver perso la vita, ma è che il nostro DNA si sia ormai mescolato col vostro, in questo forno maledetto del Ground Zero, non ci si capisce più niente!” “Non dir così, questo è razzismo”, lo ammonì la bella negra col dito levato.

Il Presidente Bush, il Sindaco Bloomberg stavano tenendo i discorsi di circostanza.

“Li inseguiremo per tutto il pianeta”, affermò Bush. “L’Afanistan, l’Irak, L’Iran , la Siria, l’Arabia Saudita, la Corea del Nord, la Cecenia, li staneremo anche se fossero nel culo del Diavolo! A costo di lasciarci tutto il Corpo dei Marines, tutto il bilancio dello Stato … a costo di perdere le prossime elezioni!”

“Questo è probabile “assentì Bush senior, rivolgendosi alla moglie. “Se va avanti così, con questi risultati in Irak, George rimarrà col culo per terra”, sospirò”. 

 “Povera figlia mia”, stava pregando la madre della ragazza negra, che era viva e perciò non poteva vedere la figlia, mentre la figlia 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

morta vedeva lei. “Era così bella, non ce n’era un’altra come lei nell’East River”. “Che dici mamma, sono ancora più bella di prima, solo che ora sono trasparente, non sono più nera”, sussurrò la ragazza, sperando di essere udita. “Chi ha sospirato?”, chiese stupita la madre, volgendosi al marito. “Smettila, Jenny, con le tue visioni, datti pace!”, la implorò il pover’uomo.

Di qua dall’Oceano, sulle rive della Senna, s’erano riuniti per festeggiare in 12450, dodicimilaquattrocentocinquanta.

Erano esattamente i vecchi morti l’estate prima di caldo e di solitudine, a Paris. In mezzo a loro, sedevano particolarmente orgogliosi i 57 seppelliti a spese dello Stato nel cimitero dei clochards.

“Beh”, esclamò soddisfatta madame Marise. “E’ stato proprio bello, s’è mosso perfino il Presidente Chirac. I funerali e a spese dello Stato, quel honneur!”

“Oui,” affermò Claudine, una bella signora vecchia, con una testolina argentea sopra un colletto di pizzo molto ricamato. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Mi fa piacere soprattutto per la mia belle fille, che non veniva mai a trovarmi. “I 57, ormai famosi, erano i morti che nessuno aveva rivendicato, che si era faticato a identificare. Erano stati trovati quasi casualmente, dopo molti giorni dalla morte, nel vecchio appartamento della periferia, ma anche in pieno centro, al Marais, alla Bastiglia. Dopo giorni e giorni di calore, l’asma, il cuore, la pressione li avevano sopraffatti, finchè si erano lasciati andare, sui pavimenti, nel bagno, nello studio, nei sottoscala.

“Les salauds!”, sibilò il vecchio Etienne Lesblais. “Ci avevano dimenticato. Ho fatto quattro figli e neanche uno s’è ricordato di noi. I nipoti, quelli li capisco, avevano da andare a ragazze...”

“Buono”, lo scongiurò la moglie, Julienne. “Non te la prendere. Poverini, erano occupati, chissà quali pensieri, quante preoccupazioni. Le travail, la politique, le femmes... ”

“Cytoiens, mes chairs amis” cominciò a dire il Sindaco di Parigi, Delaney. “Nous somme ici, à pleurer sur votre tombeau…”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Ci mancava anche ‘sto ‘recchione”, brontolò Renè Marchal, vecchio reduce della Legione Straniera. L’avevano trovato morto, sdraiato su una tomba al Cimitier des Invalides, era andato a stendersi tra i vecchi eroi. “Cristo, come si fa a eleggere sindaco un  pederasta dichiarato e allegro come questo”, sbuffò. 

“Intollerante, retrogrado”, lo richiamò Miguel, un transessuale brasiliano da molti anni marchettaro a Parigi, tra l’Etoile e gli Elisèes, trovato morto nella toilette di un night di gay. “Perché, chissà che facevate voi nella Lejon!” .

“Nous, noi andavamo colle berbere, ce le siano portate anche in Francia”. “Sì, la sifilide vi siete portati a casa! Eravate infrequentabili, lascialo dire a me, che ho visto tante colleghe disperate per colpa vostra”.

“Vous, silence!” li azzittì un ex flic, che faceva servizio d’ordine.

La banda intonò la Marsigliese; e dopo, “Non, rien d’rien, non, je ne regrette rien”, la canzone dell’Edith Piaf . Tutti si misero a piangere, sia i vivi che i morti. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Che guaio, sempre a pensarci dopo”, ammise il Sindaco Delaney.

“Ma questo inverno, col freddo, non succederà. Riscalderemo le stazioni del Metrò, dello Chemin de fer, le chiese; andrò io stesso a distribuire pasti caldi per le banlieu”. Era un uono, come dire, di cuore.

Nel cimitero di Jenin, in Palestina, s’era riunito un bel numero di ex kamikaze.

“Che fate, per Allah!”, li rimproverò aspramente il mullah.

“Niente, è la Festa dei Morti”, rispose una giovanissima kamikaze.

Si era fatta saltare in aria due giorni prima, il 30 ottobre, a Tel Aviv, nel bel mezzo di una discoteca, portando con se una diecina di ragazzi ebrei.      

“Ma per Dio Onnipotente e Misericordioso”, gridò il mullah. “Il 2 novembre è la festa di quegli infedeli maledetti dei cristiani!Non facciamo confusione; quelli e gli ebrei sono tutti nella Gehenna!”

“Non è possibile”, osservò rispettosamente la ragazza kamikaze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Ho fatto il viaggio insieme ai dieci ragazzi ebrei che ho ammazzato, e ho visto che siamo finiti tutti nello stesso posto”.

“Ma come, e dove?”, ribatté il mullah.

“Sottoterra, nel cimitero”, precisò la Martire.

“Già, per ora. Ma tu salirai al paradiso e loro scenderanno all’inferno”.

“Mah, voglio proprio vedere. Per ora siamo tutti al buio, con un freddo terribile”.

“Che è cotesto modo di parlare da miscredente! Donna impunita, peccatrice impenitente! Prostrati subito, o perderai tutto il merito e la grazia che hai conquistato con il tuo sacrificio!”, impose costernato il mullah, terribilmente arrabbiato.

“Senti, mullah; di quel che dici ormai non me ne frega più niente. Avevo diciott’anni e son qui sottoterra. Fin che non ci vedrò chiaro, fin che non vedrò la luce del paradiso, mio caro, mi riservo ogni parere e ogni decisione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così disse la ragazza; e molti dei martiri consentirono.  

“E’ vero”, dicevano. “Qui non si vede luce, qui non si sente calore, non ci danno nè hashish né sigarette alla canapa. Le Urì non sono ancora arrivate e noi siamo saltati in aria per goderle!

Che scherzi son questi?”

Stava per scoppiare una rivolta, nel cimitero di Gaza; quando si udì un intenso sferragliare. Erano i carri d’Israele che per l’ennesima volta entravano ad arare il cimitero. Sconvolgevano tombe, passavano coi cingoli sui poveri cadaveri.

“Accidenti a voi!”, gridò la ragazza. “Il mio cadavere è ancora

caldo! Avevo delle bellissime gambe, me le state rovinando!”

Ma il carro passò anche attraverso il suo fantasma; che per sua natura dopo il passaggio del carro si ricompose. La ragazza si piegò sulle sue membra sparse per rappattumarle, ma era fatica inutile; già si era distrutta esplodendo con la carica di tritolo e dopo il passaggio del carro non rimanevano che briciole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Tanto ormai,” sospirò sconsolata, “che me ne faccio delle mie

belle gambe; chi andrà più a scuola, a ballare, a chi più le mostrerò? Mullah, che ti pigli un accidente, perché non mi hai detto che si vive una volta sola.”

 

 

 

VENERIO  CATTANI

(www.veneriocattani.it)