L'ANNA E FILIPPO 

 

 

"Filippo!", chiamò Anna dal salotto. Il salotto era quello descritto da Renato Simoni, studente e futuro buon com- mediografo: "Dalle quattro alle diciotto - dei Turati nel Salotto - splende il Sol dell’avvenir". Era un appartamento borghese a due passi dal Duomo, dava sulla Galleria. Lì, il sabato pomeriggio, quando Turati era a Milano, ma anche quando era a Roma, l’Anna Kulisciof radunava buona parte del- l’intellettualità milanese. 

Anna riceveva seduta sul suo divanetto. Fumava. Spezzava in due le 'Macedonia' e le infilava nel lungo bocchino d'ambra verde. 

Anna Kuliscof si chiamava in realtà Rosestein; veniva da una ricca famiglia ebraica di Crimea. Donna di grande tempera- mento, colta, bella di una bellezza dolce (almeno nell’appa- renza, perché dentro all’anima c’era del filo di ferro) e raffinata, la rivoluzionaria russa venuta dal freddo, già amante di Andrea Costa, aveva trovato nel largo (e lei diceva villoso) seno di Filippo Turati, la sua pace spirituale e il suo ruolo politico.Non era un ruolo ir rilevante. La signora Anna era un essere tutto politico, sapeva non solo parlare di politica, ma farla, per quel che le competeva. Era stata di grande aiuto per Filippo: non lo aveva intralciato ma incoraggiato e sorretto. Era stata in prigione contemporaneamente a lui, nel 1898, l’anno della mezza-rivoluzione milanese, dei cannoni del Bava Beccaris. L’aveva sempre consigliato bene, con dedizione e saggezza; l’aveva sostenuto nei momenti di crisi depressiva, di nevrosi. Soprattutto l’aveva aiutato nei rapporti personali, con il suo istinto di donna e di donna politica. Davvero Turati aveva avuto due fortune femminili: la madre prima e l’Anna dopo. Il motore intellettuale ce l’aveva lui: ma il carburante ce lo aveva messo lei. "Filippo!", gridò ancora. "Metti un abito scuro nella valigia, ci sarà qualche ballo per i delegati.  

Sai, quelli di Reggio sono tipi allegri, o mangiano o ballano, quando non fanno politica, Anzi, anche quando la fanno: è il loro metodo." "E’ gente seria", commentò Turati dalla camera da letto, dove stava preparando la valigia. "Non prenderli sottogamba". "Lo so bene. Noi non saremmo qui se non ci fossero Prampolini e i suoi. Ma il fatto che siano gente seria non vuol dire che non sappiano divertirsi: anzi, è una conferma". "Metto anch’io un abito lungo nella valigia," aggiunse. "Ho voglia di rivedere Camillo, è molto tempo che non lo vedo. Parlare con lui mi ricarica". Camillo era Prampolini, che l’Anna chiamava anche "Il Santo". 

Era come la spina dorsale di Filippo. Era un uomo insieme di grande astrazione e di grande concretezza; di grande bontà e insieme di grande severità, implacabile nei giudizi e nei conti, sia di tessere che di denaro. La congiunzione di Filippo con Camillo era stato il fondamento del socialismo italico. Senza quella felice unione, il movimento socialista non sarebbe mai diventato un vero partito, nel 1892. Avrebbe continuato a chiacchierare di anarchia e di fini ultimi, di religione e di astensionismo, di operaismo e pauperismo, avviluppato in contese di professori napoletani, come l’Antonio Labriola e il Benedetto Croce, belle menti intendiamoci, ma incapaci di decidere politicamente. 

O sarebbe anche frequentemente scivolato fra coltelli e pisto- le, come il socialismo e l’anarchismo spagnolo.

Camillo era angelico, ma sapeva il fatto suo: era stato uno dei primissimi eletti alla Camera e soprattutto aveva trasformato la sua provincia e una larga fetta d’Emilia in una specie di repubblica socialista, quasi uno Stato nello Stato. Il Partito era nato a Genova, ma era stato battezzato l’anno dopo a Reggio, come  "partito socialista dei lavoratori italiani", sezione dell’Internazionale Socialista, cioè (grosso modo) marxista. Ma ora Camillo era triste, perché i "matti" rivoluzionari stavano per prendere il sopravvento. "Prampolini non ci sarà", disse Turati, entrando nel salotto. "Allacciami le bretelle di dietro, non ci riesco mai." "Certo che non ci riesci, prima perché sei pigro, poi perché t’ingrassi. Caro il mio omone, non cammini mai, non fai ginnastica, sempre seduto alla scrivania o in treno." Effettivamente, Filippo era

alto e tendeva al corpulento; scuro, la lunga barba un po’ trascurata, il vocione; gli occhi, quelli brillavano d’intel ligenza e di spirito. L’Anna gli assicurò gli occhielli delle bretelle ai bottoni delle brache. Lui la baciò e lei gli disse sovrappensiero:

"Come, non ci sarà? Al suo congresso, nella sua città, chissà come l’avrà organizzato bene, e lui non ci sarà?" 

"Mi ha scritto, m’è arrivata la lettera stamattina. Dice che ha l’esaurimento nervoso. Non è la prima volta". "Eh, lo so. Voi socialisti avete sempre l’esaurimento nervoso, anche tu. 

Se vi dessi retta diventerei matta anch’io. Per fortuna mi sono allenata i nervi in Russia, tra gli anarchici e le bombe. Là sì che c’era da essere nervosi, non qui in Italia ch’è tutta una finta.

Ma insomma, era troppo importante che Camillo fosse pre- sente. Ma dove diavolo deve andare?" "Lui va a Vetriolo, in Trentino. C’è già stato in vacanza, dice che c’è un’acqua particolare, a Vetriolo e a Levico, che tranquillizza 

i nervi." "Beh, ci andremo anche noi questa estate...  

Ma ora come facciamo? Camillo non è certo più bravo di te, ma è più persuasivo. E’ come un Vescovo, una specie di Padre Cristoforo del Manzoni, la gente lo ascolta ma soprat tutto non lo contraddice. Che cavolo di Vetriolo…" "Ma io credo che sotto sotto ci sia un’altra ragione. In realtà lui la pensa come i riformisti di destra, Bonomi, Bissolati… Comunque non vuole mettersi contro, insieme con quegli esagitati degli integralisti.

E in ogni caso, sente odore di scissione e lui ci sta male". 

"Oh, mamma, la solita scissione..." "Già, ma stavolta è più grave. C’è quel Mussolini, che vuole l’espulsione dei "destri": Bissolati, Bonomi, Cabrini, Podrecca, forse Berenini, forse Canepa…" "Cooosa? Il deputato di Ge nova, siete matti! E dopo dove li andrete a prendere i voti, per le osterie  di campagna? Madonna, bisogna fermarli, cosa intendi fare?" "Mah, non so", scosse la testa. "Bisogna sentire i compagni. Zibordi, Pescetti, Modigliani. Quel Modiglioni è molto intelligente ma troppo irrequieto, combina dei pasticci anche lui. Sentirò Treves. Il guaio è che abbiamo perduto troppi voti, lo sai, non siamo più maggioranza. Bisogna trattare, bisogna adattarsi, sennò qui si perde tutto". "Sì, ma c’è un limite", disse lei. Si era fatta pensosa. 

"Ma che, cacciamo fuori quei pochi che sanno leggere e scrivere..." "Se è per questo, anche Mussolini sa leggere e scrivere, sopra ttutto parlare". Filippo si mise a ridere. "Dovresti sentir lo, quando parla in pompa magna. 

A modo suo è un grande oratore. Frasi brevi, scandite; il braccio alzato, il mento alto, come se recitasse Eschilo o Schiller. Fa impressione, per lo meno a chi non lo conosce, a chi lo vede la prima volta. Sa parlare e scrivere, sì, il guaio è quello che dice". 

"Già, ma se è così quello prima fa fuori i destri ma poi vi fa fuori tutti, occhio Filippo. Ma poi per cosa... In fin dei conti cosa hanno fatto ‘sti destri..." "Beh, hanno esagerato. 

Che bisogno c’era di andare al Quirinale, a fare la fila coi nobili, i borghesi e i preti di Roma, per portare la solidarietà al Re dopo l’attentato di quel deficiente di D’Alba… Che bisogno c’era: questo è esibizionismo, mettersi l’abito scuro per "salire al colle", andare a baciar la mano a quella pastorona della Regina Elena... Ma che andassero a…" "Filippo controllati", intimò lei. E continuò: "Intendiamoci, è un atto politico. Lo hanno fatto per legittimarsi, prima di andare al governo. Perché sarebbe ora di andare al governo, vero Filippo? E proprio adesso, cadiamo in minoranza al congresso". "Per andare al governo, bisogna tornare in mag- gioranza. 

Poi bisogna vincere le elezioni: sono quelle che 

legittimano, altro che i baciamano e i baciaculo". "Filippo!", ripeté Anna. "Oh, basta" esclamò lui. "Si ricomincia sempre daccapo; sempre daccapo in questo partito di matti. 

Sempre ricominciare a spiegargliela, a girare per le città e le campagne, i congressi e i comizi, le riunioni e le cene; e poi, trac, ti arriva ogni volta il matto che scompagina tutto. E una volta è l’Oddino Morgari, e un’altra è l’Enrico Ferri che crede di fare l’avvocato penalista, è un’altra è il Serrati, poi quel- l’intelligente astratto di Salvemini, e adesso i nuovi, Mussolini, Vella, Bombacci. Non finirà mai…" 

Stava per rientrare in una crisi di nervi. L’Anna gli carezzò il testone e se lo tirò sul seno. "Prendi due gocce di bromuro... Ma no, bevi un bel bicchiere di Barbera, ti tira su".  

"E poi attento. La visita al Quirinale ha scatenato i matti, ma dietro tu sai che c’è l’altro motivo: la guerra, la Libia. 

E qui i nostri ex amici hanno torto marcio. La guerra con la Turchia! Nel 1912! Che siamo, alle Crociate, al Medioevo, alla Gerusalemme Liberata! E per che cosa poi. Per lo Scatolone di Sabbia, per Tripoli bel suol d’amore, le tripoline poverette, che puzzano! Mica possiamo sostenere qualcosa del genere, noi. 

E che ragionamenti: bisogna prevenire la Francia, è l’ultimo 

buco libero rimasto in Africa, proprio davanti a noi, c’è da lavorare per i nostri contadini. Ma che lavorino in Sicilia, in Calabria, che fanno pena!" "Sì, lo so. Su questo

dobbiamo opporci", convenne lui. "La gente fa le manifesta- zioni in piazza, le donne sui binari del treno, e noi accettiamo la guerra di Tripoli. Poi, se il governo si fosse spicciato. Se, come pareva, si fosse risolto tutto rapidamente e con poca spesa, vabbè, cosa fatta capo ha. Ma è da ottobre dell’anno scorso che la menano; duecentomila soldati, oh, devono impegnare.

E poi la flotta nei Dardanelli e poi l’occupazione del Doden- naneso, e quelle almeno sono isole belle e civili. 

Ma è all’interno della Tripolitania che non la finiscono più: è una brutta occupazione. Per noi, non è possibile. Bissolati e gli altri si sono esposti troppo. Il partito non li può seguire. 

Mussolini ha giuoco facile a sparagli contro. 

Beh, speriamo disalvarli". "Albertina!", chiamò Anna. "Ti lasciamo in custodia l’Andreina, stacci attenta. Valla a prendere a scuola, poi bada che faccia i compiti. " L’Andreina era la bimba che Anna aveva avuto da Costa , ormai una ragazzina. Turati le aveva amorevolmente ereditate tutt’e due, e di questo Anna gliene fu eternamente grata : e per l’Andreina fu una fortuna trovarsi un padre buono e aperto come Filippo. 

"Albertina", continuò la signora. "Aiutaci con le valige. Vai a chiamare il fiacre qui dietro al Duomo. Dì al fiaccheraio che tra mezz’ora precisa saremo pronti al portone." 

Per tempo discesero sulla strada e poi aspettarono la carrozza all’angolo della piazza del Duomo. Bello. Una bella estate. Erano i primi di luglio, caldo ma non troppo, a Milano si respirava ancora. Del resto, erano vestiti leggeri, chiffon lei, giacchetta d’alpaca lui, cappelli di paglia in testa, Firenze lei, Panama lui. Sembravano due sposi che stessero per partire per il mare o per i monti. O magari per i laghi, chissà. In vacanza, insomma.

Il viaggio in fin dei conti era breve: un paio d’ore, nemmeno.

La città dove sarebbero andati, la conoscevano da un pezzo: Reggio, la Gerusalemme Socialista.

 

 

 

Filippo Turati Anna Kulisciof